Archive for the ‘Istituto per gli Studi di Politica Internazionale’ Category

A new piece in a different language appealing to the other half of my national identity, so maybe restricting in who can read it. But at the same time, machine translation these days is very effective I find, so I am sure to those committed (and who cannot read Italian!) will find a way. In any case, many thanks to ISPI for commissioning this, more on this topic to come for certain.

I dilemmi della Cina sull’Afghanistan

Come molti dei vicini dell’Afghanistan, la Cina ha adottato un approccio pragmatico nelle relazioni con i Talebani. Riconoscendo che sono la nuova forza a Kabul e che per il momento sembrano capaci di rimanere al potere, Pechino ha stabilito contatti diretti per agire in un Paese con il quale condivide una frontiera diretta. La Cina ha una lunga storia di contatti con i Talebani sulla quale può contare. Ma la Cina oggi è una potenza globale e questa realtà cambia la lente con cui gli altri poteri regionali guardano la Cina, e cambia le dinamiche regionali. Da un potere che poteva nascondersi fra altri, la Cina adesso è un Paese chiave per il futuro del Afghanistan.

contatti fra la Cina e i Talebani risalgono a prima dell’11 settembre 2001, tramite il Pakistan. Lo scopo era gestire i rischi che potevano emergere dai gruppi di militanti uiguri che operavano in Afghanistan. Pechino voleva influenzare i Talebani anche in altri modi, incoraggiando le sue aziende telefoniche (Huawei e ZTE in particolare) a contribuire alle infrastrutture. In aggiunta, le aziende estrattive cinesi avevano avviato discussioni con il governo talebano. Pechino aveva provato a persuadere il governo a non distruggere le famose statue di Buddha di Bamiyan, una spinta diplomatica che non ha avuto successo e che però dimostra la capacità di avanzare richieste difficili.

L’invasione statunitense dopo l’11 settembre ha trasformato la relazione. Pechino si è rapidamente volta in direzione di Washington, dopo aver ricevuto l’assicurazione dagli Stati Uniti che avrebbero appoggiato la lotta cinese contro i militanti uiguri del Movimento Islamico dell’Est Turkestan (ETIM), mettendoli sulla lista dei gruppi terroristici. Negli anni successivi la relazione fra i Talebani e i cinesi si è congelata. Solo dopo il 2007, quando sono aumentati i problemi in Pakistan e la situazione in Afghanistan è cominciata a peggiorare, hanno provato a riaprire il canale.

Il ristabilimento di contatti è avvenuto tramite il Pakistan, ma con il passare del tempo la Cina ha preferito contatti diretti, divenuti poi di dominio pubblico. La Cina ha offerto ospitalità, incontri regolari e la creazione di un nuovo consesso che facesse incontrare gli Stati Uniti, la Cina, il Pakistan, il governo afghano e i Talebani. Questo consesso non è servito a molto, ma ha dimostrato i contatti della Cina, sempre più pubblici fino a quando gli americani hanno segnalato il ritiro finale firmando l’accordo con i Talebani nel febbraio 2020 a Doha.

Per la Cina, il più alto incontro diplomatico è stato quello tra il ministro degli Esteri Wang Yi e Mullah Baradar a Tianjin nel tardo luglio 2021. Poche settimane dopo, i Talebani hanno preso il potere a Kabul. Poco prima dell’incontro a Tianjin, il Presidente Xi aveva parlato con il presidente Ashraf Ghani, al quale aveva dichiarato che Pechino non era sicura di chi avrebbe vinto a Kabul. Se con il nuovo governo talebano i cinesi all’inizio hanno continuato a usare il canale pachistano, adesso possono contare su forti contatti diretti. Il dilemma per la Cina è però quanto sia affidabile questo governo.

La Cina ha tre grandi preoccupazioni. La prima è che l’Afghanistan diventi un rifugio dal quale gruppi di uiguri possano complottare e creare problemi nel Xinjiang. La seconda è che l’instabilità afghana possa essere esportata nella regione. L’Asia Centrale e il Pakistan sono legati alla Cina e se la regione brucia ne soffre anche Pechino. La terza è che il Paese possa diventare un luogo in cui potenze come gli Stati Uniti o l’India creano problemi per la Cina (non a caso crescono le voci cinesi secondi cui gli statunitensi starebbero aiutando i gruppi uiguri).

Per risolvere tutti questi problemi, è necessario avere un governo stabile a Kabul, capace di mantenere la sicurezza. Pechino, come la maggior parte dei governi regionali, vorrebbe che i Talebani creassero un governo d’unità, che comprendesse tutte le varie fazioni afghane. Ma nell’assenza d’unità, vorrebberro che i Talebani dimostrassero almeno potenza, dipendenza e controllo del territorio. Ed è questa la preoccupazione principale che al momento ha la Cina – il fatto che non sia chiaro quanto unito sia il governo dei Talebani o se siano capaci di controllare il territorio. Il modo in cui le fazioni Haqqani hanno preso il controllo marginalizzando Mullah Baradar è una lente sui problemi interni.

I Talebani hanno parlato regolarmente del fatto che non daranno appoggio a gruppi anti-cinesi e non commenteranno le vicende del Xinjiang. Inoltre ci sono rapporti dal nord del Paese secondo cui starebbero trasferendo gruppi uiguri che erano lì. Tutto ciò è però complicato dalla rivendicazione dello Stato Islamico in Afghanistan (ISKP): il massacro a Kunduz di pochi giorni fa sarebbe stato commesso da uno uiguro, anche contro i Talebani, per il loro appoggio ai cinesi. Un rischio contro il quale Pechino deve trovare protezione.

La risposta cinese sarà, come sempre, di provare a trovare qualcuno nel Paese che possa risolvere il problema. In questo caso, i Talebani. Ma al momento la Cina ha raggiunto il limite del suo sostegno ai Talebani. Probabilmente sarebbe disposta a riconoscerne ufficialmente il governo, ma senza essere la prima o l’unica a farlo. I funzionari cinesi dietro le quinte stanno provando a capire chi altro nella regione sarebbe disposto e sperano che i russi decidano di farlo per primi.

Non sarà facile. La decisione di creare un governo unitario talebano ha irritato i russi che speravano in qualcosa di diverso. Per Mosca, l’Afghanistan è una fonte di vari potenziali problemi, a casa propria e nelle sue zone limitrofe, in Asia Centrale o nel Caucaso. La Russia continua a considerare il gruppo talebano ufficialmente terroristico, anche se mantiene contatti (e pianifica di ospitarli a Mosca fra poco). Questo doppio atteggiamento riflette le preoccupazioni del presidente Putin e non cambierà velocemente.

Tutto questo lascia Pechino in una situazione complicata. Da un lato, vorrebbe riconoscere il governo talebano, dargli appoggio ufficiale, chiedere risposte sulle proprie preoccupazioni. Ma al momento non è sicura che i Talebani siano nella posizione di offrire rassicurazioni. A causa della geografia, Pechino è comunque costretta a continuare a lavorare con loro.

Ma la Cina non è la potenza che era l’ultima volta che i Talebani erano a Kabul. Adesso è la seconda economia del mondo ed è la potenza più grande, ricca e influente vicina all’Afghanistan. Qualunque sua decisione cambierà la dinamica regionale. Una situazione difficile per i leader a Zhongnanhai che faticano a capire come usare queste leve per ottenere i propri obiettivi. Una realtà ancor più complicata dal fatto che da sempre le grandi menti strategiche cinesi ritengono che l’Afghanistan sia un cimitero imperiale. Ma Pechino si è messa in una situazione tale per cui, per evitare che il prossimo Impero a cadere nella trappola sia quello cinese, deve fare affidamento proprio sui Talebani.

A piece from late last week as part of a short dossier ahead of the Afghan election done for a new outlet of an excellent Italian think tank called Istituto per gli Studi di Politica Internazionale (ISPI). My contribution focused on China’s role in Afghanistan, a common theme which there should be more work on later in the year.

In addition, spoke to Norwegian paper Morgenbladet about Anjem Choudary’s release and the Sun about ISIS in Syria.

18 October 2018

lachinainafghanistan

Afghanistan remains an awkward fit within China’s Belt and Road Initiative concept. Look at most maps of Xi Jinping’s keynote foreign policy concept cutting a route across Eurasia, and they tend to go tidily around Afghanistan. But this masks China’s genuine stake in the country, the gradual shift that is visible in Beijing’s activity and finally, the potential importance of the country to China’s broader push across Eurasia.

Starting with national security, China has increasingly sought to harden its security presence in Afghanistan. But this has been focused for the most part on Chinese national interests, rather than providing broader security support to the country. Beijing has provided funding, equipment and training for Afghan forces in Badakhshan, in Gilgit-Baltistan in Pakistan, and helped build border bases for Tajik forces on their side of the border in Badakhshan. At a strategic level, China has fostered the creation of the Quadrilateral Coordination and Cooperation Mechanism(QCCM) which brings together the Chiefs of Army Staff for China, Afghanistan, Tajikistan and Pakistan. The focus of the grouping the border region around the Wakhan Corridor which all three of them share.

The key to understand this is that China is not seeking to displace the United States or NATO as a key security provider for Afghanistan’s armed forces. The country is focusing on bolstering its links and the capability of the various armed forces that touch upon its border with AfghanistanThis posture focused on Chinese national security concerns can be seen in China’s previous security engagements with Afghanistan which have for the most part focused on building relations with local groups to ensure that China’s security equities – either its nationals and investments or its concerns about Uighur militants using the territory to plan attacks in China – are covered. 

Having said this, there is an equally noticeable gradual increase in China’s activity in Afghanistan. From largely seeing the country as a graveyard of Empires from which it prefers to keep a discrete distance, China has increasingly stepped forwards to play a role in the country. Chinese firms have won some large extractive projects – in the north CNPC won an oil concession in Amu Darya, while MCC and Jiangxi Copper famously won the Mes Aynak Copper mine in Logar. Construction firms like Xinjiang Beixin, CBRC and Gezhouba have all worked on major infrastructure projects in the country. And at the smaller end of the scale, Chinese traders have sought to exploit the gemstones in Afghanistan, while Afghan shuttle traders are a feature of the thriving community of developing world merchants in Yiwu.

And Beijing has actively sought tomend the previous omission of Afghanistan from the broader Belt and Road, hosting conferences in Kabul and Beijing on the topic. At the same time, China has used a multiplicity of regional groupings to bring different regional configurations together on Afghanistan. Large multilaterals like the Shanghai Cooperation Organization, the Conference on Interaction and Confidence-Building Measures in Asia (CICA), and the Heart of Asia (or Istanbul) Process have all seen Chinese leadership try to push different parts of them towards playing a role in Afghanistan. At a mini-lateral level, Beijing has brought together the Afghan and Pakistani Foreign Ministers, and engaged, separately, with the US, India, UK and Germany on Afghanistan.

All of this is a step change from earlier years when Beijing largely kept on the sidelines of any discussion around Afghanistan. To some degree this was part of a general reticence by Beijing to become too involved in any major international entanglements, but it was also a product of China’s habit of abrogating its Afghanistan policy to Islamabad. While Beijing continues to be responsive to Pakistan’s concerns in Afghanistan, it has increasingly struck out its own path. The key turning point can likely be seen in 2014 when Beijing realized that American-led NATO efforts in Afghanistan had a shelf life and were not likely to result in a tidy resolution in Kabul. And while Islamabad could provide some support to advance Beijing’s goals, it did not have total control. The United States instead, was not a continental power. It could eventually up and leave – as a physical neighbour, Beijing was a hostage of geography.

At the same time, the main running narrative from Beijing was one of Belt and Road. There was a gradual build up to this through Xi Jinping’s early years – with a major foreign policy work conference on peripheral diplomacy, a refocusing on Xinjiang and China’s border regions, some major foreign travel to South Asia by leadership figures (including in May 2013 the signing of the MoU that laid the foundation for the China Pakistan Economic Corridor), and finally in September and October 2013 the respective announcements of the Silk Road Economic Belt (in Astana, Kazakhstan) and the 21stCentury Maritime Silk Road (in Jakarta, Indonesia). In 2014, China decided to create a position of Special Envoy for Afghan Affairs, appointing seasoned diplomat and Afghanistan watcher Sun Yuxi to the role.

Yet while the appointment was a clear signal of focus by Beijing, it was made in a manner which seemed to suggest it was adjacent to the broader Belt and Road Initiative. At the time, the concept was still working itself out, so in some ways this was not surprising, but the net result was to create a sense of BRI not necessarily being something which encompassed Afghanistan.

The appointment of Ambassador Sun, however, did demonstrate a level of seriousness by Beijing in terms of trying to understand how to engage with Afghanistan at a more sophisticated level than just engaging with Kabul. The difficulty with a country like Afghanistan for a power like China which is still developing its civil service cadre, is to find individuals who are able to understand countries from the inside and figure out which levers deliver results. In a tribal country like Afghanistan, this problem is multiplied, with local power brokers as significant to guarantee success of projects as the central government. As an Ambassador who had served in the country for some time, Ambassador Sun had a good understanding of these dynamics and good relations across the board on the ground. He was also instrumental in getting Beijing’s efforts are helping try to broker negotiations between the Taliban, Islamabad and Kabul together – playing an important role in the creation of the Quadrilateral Coordination Group (QCG) bringing together China, USA, Afghanistan and Pakistan.

This was not unfortunately always the case with Chinese investments in the country. When CNPC embarked on its project in the Amu Darya region, they did it with a company which was not linked to the local power brokers, causing issues when their engineers deployed into the region to deliver the actual project. 

Over time, Beijing has learned these lessons, and is increasingly seeking opportunities to engage with Afghanistan in new formats and play a slightly more forward role. It has ensured that it has developed a range of relationships within the country amongst all the different factions, but at the same time ensured that it has prioritized strengthening its specific border with Afghanistan to make sure China is protected from overspill of security problems. Currently the focus is largely on bolstering capacity in neighbouring weaker countries (in Central Asia, or parts of Pakistan), while also continuing to show a willingness to talk about playing a positive role in Afghanistan. Beijing’s broader caution, however, remains and the country continues to refuse to take a clear leadership role with Kabul. A posture which is likely to continue until China sees with greater clarity what exact role the United States sees for itself in the longer run.

 

The views and opinions expressed in this article are those of the author and do not necessarily reflect the official policy or position of the Italian Institute for International Political Studies (ISPI)