Archive for November, 2021

Another piece in Italian, this time for La Repubblica (again), though this time something authored by me rather than an edited interview that have done with them in the past. The plan is for this to be the first of a few for the newspaper, mostly likely looking at China’s relations in Eurasia. It seems there is a pretty inexhaustible interest in the topic at the moment, and there are a few more pieces in the pipeline, including my upcoming book.

Afghanistan, quel “corridoio” di affari che lega Cina e Pakistan al destino dei talebani

L’instabilità legata ai continui attacchi terroristici dell’Isis-K rischia di frenare gli investimenti del Dragone. Pechino teme anche che il Paese possa diventare una base per i militanti uiguri

Con la partenza degli Stati Uniti dall’Afghanistan, Pechino si trova in una posizione di grande influenza in un paese dove non ci sono garanzie. Nel passato, la Cina poteva affrontare i rischi tramite un governo a Kabul con il quale aveva relazioni accettabili, con amici ben disposti in Islamabad, e tutto questo sotto un ombrello di sicurezza americano. Tutto ciò non c’è più, e quel che rimane sono i talebani e i pachistani, entrambi “amici” di lungo termine, ma entrambi poco affidabili. I rischi per la Cina sono cresciuti.

Pechino ha preoccupazioni molto precise in Afghanistan. Innanzitutto ha paura che diventi una base dalla quale gruppi di militanti uiguri possono addestrarsi e complottare contro la Cina nello Xinjiang, che ospita circa 10 milioni di uiguri. Lo Xinjiang è una zona sensibile per Pechino, mentre è in atto un braccio di ferro fra Stati Uniti e Cina. Nel passato, alcuni uiguri hanno usato basi in Afghanistan per progettare attentati in Cina. Al tempo del primo governo talebano, gruppi di uiguri si erano radunati a Jalalabad sotto la protezione del Mullah Omar.

Ai tempi, le relazioni fra cinesi e talebani erano abbastanza immature. La Cina si stava ancora aprendo al mondo, ed era totalmente dipendente dal Pakistan per i contatti con i talebani. La relazione fra Islamabad e Pechino era (ed è ancora) molto stretta. Da tempo condividono le stesse preoccupazioni riguardo l’India, e mantengono une delle poche vere alleanze che la Cina abbia nel mondo (l’altra è con la Corea del Nord: con amici come questi…). Prima dell’11 Settembre 2001, il Pakistan voleva usare questa relazione con Pechino per rafforzare i suoi alleati talebani a Kabul. Spingevano i cinesi a riconoscerli come governo legittimo. In compenso, Pechino voleva aiuto sulle sue preoccupazioni uigure, e offriva di incoraggiare le sue aziende a esplorare opportunità in Afghanistan. 

Vent’anni dopo, poco è cambiato in termini di cosa preoccupi Pechino, e cosa possa offrire. Quello che è cambiato sono le relazioni dirette che la Cina ha adesso con i talebani, e l’essere diventata la seconda potenza economica nel mondo. Entrambi sono aspetti interessanti per il nuovo governo talebano che vuole dimostrare la sua indipendenza da Islamabad.

Il guaio è che ciò crea più problemi di quanto semplifichi le cose. Da un lato, i talebani non si sono ancora dimostrati affidabili. La richiesta chiave per Pechino riguardo agli uiguri non è facile da esaudire per i mullah a Kabul. Primo, non c’è consenso nei ranghi talebani su come trattare gli uiguri. Una parte li vede come alleati che hanno combattuto per anni con loro, e si chiedono perché dovrebbero consegnarli ai cinesi. Per seconda cosa, non è chiaro se i talebani controllino tutto il paese. La rappresentanza locale dello Stato Islamico (Isis-K) ha effettuato numerosi attentati nelle ultime settimane, uno dei quali a Kunduz ha colpito una moschea sciita: il gruppo ha dichiarato d’aver usato un soldato uiguro. Nella rivendicazione l’Isis-K ha detto che l’attacco era mirato ai talebani per la loro alleanza con i cinesi contro gli uiguri. E’ la prima volta che lo Stato islamico lancia un messaggio così diretto alla Cina.

Ciò non rappresenta solo una minaccia alla Cina, ma anche alla sua volontà di incoraggiare le sue aziende a fare investimenti in Afghanistan. Le aziende cinesi sono disposte a provare: sotto il vecchio governo erano fra le poche a essersi offerte di fare grandi investimenti nel paese, in continuazione di quello che stavano esplorando già sotto il primo governo talebano. Finora, però, questo interesse non si è tradotto in risultati, in parte proprio per la sicurezza instabile. E questo non sembra essere cambiato.

Una soluzione sarebbe coinvolgere l’alleato storico, il Pakistan. E sembra che fino a un certo punto questo sia già successo. Negli ultimi giorni del vecchio governo, da Kabul era partita una serie di visite in Cina da parte di importanti esponenti pachistani: in parte serviva ad alleviare l’irritazione cinese per diversi attentati contro suoi interessi in Pakistan, ma doveva anche preparare le cose per la missione del mullah Baradar prevista poco prima che cadesse Kabul.

Questo è un ruolo che il Pakistan ha offerto alla Cina da tempo. E fa parte di una relazione fra Pechino e Islamabad che ha aspetti economici, politici, e di sicurezza. La Cina ha investito miliardi di dollari in investimenti e progetti in Pakistan sotto la visione del Cpec (China Pakistan Economic Corridor), citato come progetto chiave della visione più estesa della Belt and Road Initiative (Bri) cinese. Inoltre stanno lavorando insieme alla costruzione di sottomarini e di un nuovo aereo militare, e a tanti altri progetti di sicurezza.

Ma mentre ai governi di Pakistan e Cina piace raccontare in pubblico favole di grande amicizia e cooperazione, sotto il tavolo ci sono problemi. Incertezze che di recente sono diventate più acute con la morte di ingegneri cinesi in attentati terroristici, e con il rallentamento dei progetti d’investimento cinesi per i fallimenti da parte pachistana. In aggiunta, ufficiali pachistani continuano a dire sotto voce quanto siano obbligati a lavorare con la Cina e come preferirebbero invece essere più vicini agli americani, i nemici principali di Pechino. Questo ha creato irritazioni fra le due capitali, alzando il livello di paranoia reciproca. Un disequilibrio mentale che peggiora quando i cinesi cominciano a trattare direttamente con i talebani senza raccontare tutto al Pakistan.

Per il Pakistan, l’Afghanistan è un progetto di lungo termine su cui sta facendo un gioco complicato. Da un lato vuole mantenere il controllo, e si concentra a tenere fuori il suo nemico mortale: l’India. In questo contesto considera l’Afghanistan una strategic depth, una zona di sicurezza prima del fronte con Delhi. D’altra parte, si rende conto che se perde il controllo in Afghanistan porta un pericolo a casa. I problemi di estremismo in Afghanistan rimbombano in Pakistan. Questo vuol dire che in Afghanistan, il Pakistan terrà in mente solo i propri interessi. Pechino si troverà presto nella stessa situazione in cui si è trovata l’America. Per le sue garanzie in Afghanistan dipenderà da un governo in Pakistan che è contemporaneamente sia la soluzione che una parte del problema. La Cina sta imparando la complessità di essere la più grande potenza nella stanza.

Con questo articolo Raffaello Pantucci, analista del Royal United Services Institute di Londra, inizia la sua collaborazione con “Repubblica”

Another post from last month now to catch up on, looking this time at the question of how China and Russia might or might not be cooperating in Afghanistan for the excellent Nikkei Asia Review. It is a broader question which merits closer examination, and should the time emerge I hope to be able to dig into it. Some of the questions raised have touched on elsewhere and will feature in my upcoming book.

What are China and Russia up to in Afghanistan?

A coordinated pattern of engagement is starting to emerge

Members of the Taliban delegation, including its head Abdul Salam Hanafi, Afghan acting Foreign Minister Amir Khan Muttaqi and representative of the Taliban political office Anas Haqqani, attend a media briefing following international talks on Afghanistan in Moscow on Wednesday.   © Reuters

Raffaello Pantucci is a senior fellow at the S. Rajaratnam School of International Studies in Singapore and a senior associate fellow at the Royal United Services Institute in London.

When Russia hosted a meeting with senior Taliban leaders in Moscow this week — after both Vladimir Putin and Xi Jinping sent junior deputies to an earlier G-20 leaders’ meeting on Afghanistan — it raised the question of whether this is part of a broader strategic plan for how Beijing and Moscow plan to work together on the world stage.

Afghanistan represents something of a paradox for both China and Russia. Though fearful of the large American military presence that was on their doorsteps, Moscow and Beijing were secretly happy that Washington was taking responsibility for the security situation on the ground.

Now, irritated at the mess the U.S. has left behind, China and Russia have decided that the way forward is to engage with the Taliban and explore options together. Both engaged publicly with the Taliban long before Kabul fell, and both have left a substantial diplomatic presence since the Taliban took over. At the United Nations, Russia and China have both pushed for Taliban sanctions to be lifted, something highlighted during this week’s Moscow Summit.

China has strengthened its small base in Tajikistan, undertaking a number of bilateral exercises with Tajik special forces, and the Russians have bolstered the Tajik armed forces as well as strengthened their own 7,000-strong military presence there and participated in larger regional exercises with Uzbekistan and Tajikistan.

But it is hard to tell how many of these actions are coordinated, with some reports hinting at Moscow’s frustration at the lack of cooperation with Beijing on the ground in Tajikistan. At the other end of the scale, both have engaged in regular large-scale joint military exercises on Russian soil, including regular exercises overseen by the Shanghai Cooperation Organization (SCO), the Eurasian security pact that includes China, Russia, Kazakhstan, Kyrgyzstan, India, Pakistan and Tajikistan.

This year’s SCO Peace Mission counterterrorism exercise was specifically referred to as relevant to Afghanistan in the Russian media. Chinese media was more circumspect about the links to Afghanistan, but few could miss the connection. It was made particularly explicit during meetings, held shortly before Kabul fell, between the SCO and the Collective Security Treaty Organization (CSTO), a Russian-led military grouping that brings together a range of former Soviet forces.

On the ground in Kabul, there are some divergences. Early on, China and Russia worked together both out front and behind the scenes to try to influence the Taliban government to be inclusive. Russia now seems to have stepped back, while Beijing has leaned in, with China’s ambassador to Afghanistan making loud declarations of aid, then holding a floodlit ceremony at the airport to celebrate its arrival and then present it to his Afghan counterpart.

China has also proven willing to entertain Taliban entreaties for investment. Chinese companies responsible for two large mining projects that had come to a standstill under the previous government are now — at the Taliban’s urging — exploring whether they can restart operations. Discussions are also underway to reopen an air transport corridor with China to facilitate the export of pine nuts, though it is unclear who is going to subsidize the transport costs.

Moscow has not sought to match or offer assistance on any of these actions, instead deciding to restart a parallel international engagement track with the Taliban and other regional partners (including China) and pushing to get the US and west to foot the bill for any reconstruction. This is a way of trying to again influence the Taliban to moderate their behavior and actually build an inclusive government of some sort.

Both Beijing and Moscow recognize that this is going to be a more stable structure, but it seems Moscow is more willing to actually try to do something about it.

The multipoint proposals that China’s Foreign Minister Wang Yi put on the table at the G-20 summit earlier this month were a largely repetitive statement of the obvious: no terrorists from Afghan soil, humanitarian support, no sanctions against the Taliban government. Russian envoy Zamir Kabulov’s contribution showed a far more nuanced and targeted understanding of what needs to be achieved. His tough but engaging diplomacy reflects his long personal history on the issue.

What is missing from all of this is clarity of what division of labor that might exist between Beijing and Moscow. China appears to be publicly hugging the Taliban tighter, while it seems that Moscow is keeping them at one remove.

In turn, Moscow appears to be leading when it comes to the international engagement and recognition that the Taliban crave. On the ground, it is Russia that is providing hard security guarantees in Central Asia and leading on the military exercises. But ultimately it is Chinese investment that everyone is looking for — even though money has been limited, with the spigot unlikely to open up very soon.

It is possible that this is also an echo of the roles that China and Russia see for each other on the world stage. Beijing will use its financial resources to win friends and influence while Russia plays the aggressive leader willing to take risks and provide security backstops.

Russia can benefit from leveraging China’s potential as an investor to get the Taliban to act, while Beijing can step behind Russia when it comes to sharper points of difference. To use a musical analogy, maybe Moscow is the showy frontman while Beijing is providing the deep bass backup that keeps everyone dancing.

Another catch up piece, this time in the wake of the Sir David Amess murder for the Telegraph, looking at the incident through the lens of how COVID-19 has complicated counter-terrorism. A question that I have looked at a lot through various lenses, including a substantive assessment of the one-year impact of COVID-19 on terrorism and extremism for my institutional home in Singapore ICPVTR.

Lockdown has made the fight against terror even harder

The system relies on human contact, and people noticing those who might be going in the wrong direction

Countering radicalisation is a social activity. Most anti-extremism programmes are based on engagement with individuals, seeking to steer them back onto a path away from extremist ideas. This also applies to the efforts to get people to the attention of authorities.

The system relies on contacts and people noticing those who might be going in the wrong direction. So if human contact falls, the number of opportunities to notice radicalisation also declines. In the first months of lockdown, counter-terrorism police raised the alarm, noting that Prevent referrals had dropped by as much as 50 per cent. There seems little question that the pandemic and lockdown have made the fight against terror and extremism that much harder.

Prevent referrals are a random bunch, but the majority (according to the Home Office for the last available year) were either from police or the education sector. This is police officers, teachers or others who, in the course of their work, come across people who are exhibiting some sort of behaviour which might be indicative of radicalisation. Having noticed this, they flag it up and then an investigation is done to understand if the concern merits further attention. In the last year of reported data, 6,287 referrals were made, 1,424 merited deeper engagement, and 697 were adopted as part of a programme called Channel.

We have no idea where the suspect in the murder of Sir David Amess may have come on this spectrum after his Prevent referral five years ago. But we can be sure that many of the other societal contact points which are usually relied upon to generate these referrals disappeared during the pandemic. Repeated lockdowns, school and youth centre closures, and other restrictions will have made it harder for those watching out for these potential problems to come into contact with those veering in the wrong direction.

We also have no idea how many more people may have been radicalised while sitting at home, isolated, over the past two years. Those who were stuck on their computers and seeking answers while living in abusive environments at home may have been particularly vulnerable. Officials have warned of the threat the country faces from “lone actor” terrorists who may have been radicalised online during lockdown.

A number of horrible murders over the past year suggest distressed minds seemingly pushed to the brink. We will have to see how many will ultimately be linked to violent ideologies, though it seems clear that most extremist ones have received something of an uplift in online supporters during this strange period. On the extreme Right, for example, hundreds of anti-Semitic incidents have been reported, while at least 90 telephone mast burnings have been linked to anti-5G conspiracy theorists.

We have also seen a number of cases over the past few years where individuals with mental disorders or other social dysfunctions have launched attacks in the names of a violent Islamist ideology they barely comprehend. And it seems likely that the strangeness of the Covid-19 period has accelerated this trend.

The world may have stopped for Covid, but sadly extremist ideas did not.

Raffaello Pantucci is a senior associate fellow at Rusi

Another Italian piece, this time an interview with La Repubblica newspaper which was done in the wake of the murder of Sir David Amess in the UK. Did a little bit of work on that story, but less than on some previous cases in part as a lot going on at home at the moment. In any case, going to catch up on a few pieces over the next few days, and then might be a little while before I am back up to pace. In the meantime, rest assured the new book is on schedule for April next year, and there are a few other interesting projects in the pipeline.

Pantucci: “Impossibile prevenire gli attacchi dei lupi solitari”

Intervista all’esperto di terrorismo del Royal United Services Institute: “Le democrazie devono aumentare i controlli ma senza rinunciare ai propri valori e principi”

Ansa

LONDRA – «Non è possibile prevenire del tutto il terrorismo a bassa intensità dei lupi solitari. Bisogna proteggere meglio i deputati, ma senza esagerare e senza limitare i loro contatti con i cittadini». È il parere di Raffaello Pantucci, esperto del Royal United Services Institute, prima think tank di problemi di sicurezza al mondo.  

Che cosa pensa dell’attacco contro il deputato David Amess? «Mi sembra il più recente di numerosi attentati dello stesso tipo, diventati in questo momento il focus della minaccia terroristica in Europa. Pochi giorni fa, in Norvegia abbiamo visto qualcosa di simile: un individuo con armi rudimentali, arco e frecce, che ha attaccato civili a caso».

Condivide la definizione di “terrorismo” fornita dalle autorità britanniche per questo attacco?«In parte sì, ma ancora non sappiamo quanto sia stato dettato da radicalismo politico e quanto da fattori psicologici che possono avere spinto questo individuo a un’azione del genere». 

Un altro precedente è il caso di Samuel Paty, l’insegnante francese decapitato nel 2020?«In quel caso sappiamo con maggiore certezza che era stato il radicalismo islamico a scatenare l’attacco. Ma il problema di fondo è simile: come affrontare la minaccia di lupi solitari o di piccole cellule che agiscono in modo autonomo da Isis, al Qaeda o altri gruppi terroristici». 

Si può definire terrorismo a bassa intensità?«Sì, e pone un problema molto complicato per le forze di sicurezza. Quando un individuo lancia un attacco con armi che tutti hanno in casa, come un coltello, o che è facile fabbricarsi da soli, come arco e frecce, è più difficile prevenirlo. Ancora più difficile se l’individuo non parla con nessuno delle sue intenzioni, non scrive messaggi che possano segnalarlo ai servizi antiterrorismo. Ma la risposta dipende anche da come lo definiamo. In passato un uomo che attacca con un coltello persone scelte a caso veniva considerato un pazzo o il risultato di rabbia sociale. Oggi la linea di demarcazione di atti del genere da attacchi terroristici è quasi scomparsa. Bisogna distinguere, perché se combatti il terrorismo devi ad esempio potenziare la polizia e i servizi segreti, ma se combatti la follia e la rabbia sociale ti servono più medici, psicologi e assistenti sociali».

Come limitare i rischi per i deputati senza limitare i loro contatti con i cittadini?«Nel 2016 la deputata laburista Jo Cox era stata assassinata nelle stesse circostanze di Amess, in quel caso da un estremista brexitiano di destra: i deputati presero qualche contro misura, stando più attenti a chi incontravano e preparando possibili vie di fuga. Con il tempo un po’ di quella cautela forse è andata persa». 

Ed è possibile prevenire il terrorismo a bassa intensità?«È impossibile scoprire tutti i lupi solitari e sarebbe antidemocratico considerare tutte le persone con problemi mentali come potenziali terroristi. La società democratica corre dei pericoli davanti a questo fenomeno: deve reagire aumentando i controlli di sicurezza ma senza esagerare, senza rinunciare ai propri valori e principi”.