Archive for the ‘La Repubblica’ Category

Another interview with La Repubblica, this time focused on my most recent book Sinostan and looking at Chinese foreign policy more broadly. Again in Italian so you will have to learn the beautiful language (or use Google Translate…).

Raffaello Pantucci: “La Cina? Un impero in espansione, ma senza una chiara strategia. E questo è un problema”

di Enrico Franceschini

Parla l’esperto di sicurezza internazionale per il Royal United Services Institute di Londra (Rusi): “Pechino sta diventando un impero accidentale che minaccia di estendersi in tutta l’Eurasia, ma senza una visione su cosa fare e come affrontarne i problemi. Una prospettiva che, a partire dalla tensione di questi giorni intorno a Taiwan, è molto pericolosa per gli equilibri internazionali”

“La Cina sta diventando un impero accidentale che minaccia di estendersi in tutta l’Eurasia, ma senza una chiara strategia su cosa fare e come affrontarne i problemi. Una prospettiva che, a partire dalla tensione di questi giorni intorno a Taiwan, è molto pericolosa per gli equilibri internazionali”. È il monito che Raffaello Pantucci, esperto di sicurezza internazionale per il Royal United Services Institute di Londra (Rusi), lancia dalle pagine di Sinostan, il libro che ha da poco pubblicato in Inghilterra con la Oxford University Press, frutto di tre anni di studi sul campo in Estremo Oriente.

La tesi del suo saggio è che sta per nascere un impero cinese, Pantucci?
“La Cina sta diventando la potenza più influente in Asia centrale e in gran parte dell’Eurasia: una vasta zona del mondo, piena di problemi, su cui tuttavia Pechino non sembra avere una chiara strategia. È la potenza che cresce di più in quell’area, ma non si capisce che intenzioni abbia”.

Per questo lo definisce un impero “accidentale”?
“Sì, perché la Cina è diventata una potenza economica regionale e anzi continentale, ma senza una vera strategia, bensì con tanti piccoli progetti. Naturalmente in quella zona si muove anche la Russia, ma Mosca ha bisogno di Pechino per contrastare l’Occidente e dunque la chiave della situazione ce l’hanno in mano i cinesi”.

Le esercitazioni militari cinesi davanti a Taiwan sono la prova generale di un’espansione militare in tutto il continente?
“La situazione è diversa rispetto all’Asia centrale, perché Pechino considera Taiwan parte del proprio territorio. Ma paradossalmente su Taiwan esiste un equilibrio strategico, mantenuto finora dal confronto fra Cina e Stati Uniti, mentre in Asia centrale e in Eurasia questo equilibrio non c’è: la Cina è praticamente sola o comunque in grado di condizionare l’altra potenza regionale, la Russia, che ha bisogno del sostegno di Pechino. Dunque in un certo senso è una zona ancora più pericolosa”.

Secondo lei la leader del Congresso americano Nancy Pelosi ha fatto bene o male a visitare Taiwan?
“Non ho una risposta sicura a questa domanda. Da un lato non capisco le tempistiche di una visita simile, in un momento così delicato. Dall’altro però credo anch’io che l’autonomia e la democrazia di Taiwan vadano protette con fermezza”.

Il ventunesimo secolo sarà il secolo cinese, come il ventesimo è stato il secolo americano e il diciannovesimo quello britannico?
“Nonostante le apparenze, non credo che sarà il secolo cinese in modo analogo a come il secolo scorso è stato dominato dall’America e quello precedente dall’Impero britannico. Penso che sarà un secolo di potenze multilaterali in competizione tra loro: la Cina e la Russia da una parte, l’America e l’Europa dall’altra. E mi auguro che questa competizione produca stabilità anziché conflitti”.

Come dovrebbe reagire l’Occidente democratico all’espansionismo cinese?
“Secondo me l’Occidente dovrebbe aiutare i Paesi presi nel mezzo a non sentirsi costretti a scegliere con chi schierarsi. Dovrebbe aiutarli a crescere economicamente, a consolidarsi, mantenendo una propria libertà di scelta sul cammino da fare. O noi o loro può diventare un aut aut controproducente dal punto di vista occidentale”.

Quanto è serio il rischio di un conflitto militare tra Pechino e Washington, o addirittura di una Terza guerra mondiale che cominci proprio dalle tensioni su Taiwan?
“Per ora non sembra che nessuno dei due voglia veramente la guerra. Ma il punto preoccupante è che il presidente cinese Xi ha detto di volere risolvere la questione di Taiwan nell’arco del proprio periodo al potere, quindi nei prossimi cinque anni o entro i cinque successivi se verrà riconfermato nell’incarico. Abbiamo dunque una sorta di conto alla rovescia”.

Perché Taiwan è così importante per la Cina?
“Perché i cinesi considerano l’isola parte della Cina, ma anche per un’altra ragione: riprendere Taiwan è una dimostrazione di forza per Pechino. Se Taiwan diventasse più indipendente, altre regioni della Cina potrebbero spingere per fare altrettanto e l’intero paese rischierebbe di andare in pezzi, senza contare che la popolazione potrebbe concludere che il partito comunista ha mancato i suoi obiettivi”.

Una teoria di alcuni anni or sono era che la Cina, con la crescita del benessere economico e di una classe media, avrebbe imboccato gradualmente la via della democrazia: crede possibile che questo prima o poi avverrà?
“Penso che non si possa escludere una evoluzione positiva, una Cina più aperta nei rapporti con il resto del mondo e più tollerante sul fronte domestico, ma credo che sarebbe comunque una forma di democrazia diversa dalla nostra almeno per ancora molto tempo”.

More catch up on previous events, this time an interview with La Repubblica in the wake of the death of al Qaeda leader Ayman al Zawahiri.

Al Zawahiri, Pantucci: “La leadership di al Qaeda è stata completamente decimata”

di Enrico Franceschini

“Un successo dell’intelligence Usa. La minaccia del terrorismo non scompare ma il gruppo dirigente responsabile dell’attentato dell’11 settembre è stato eliminato”, dice l’esperto di terorrismo del Royal United Services Institute

Al Zawahiri, Pantucci: "La leadership di al Qaeda è stata completamente decimata"

Eliminare al Zawahiri chiude un capitolo nella storia di al Qaeda, anche se il libro del terrorismo rimane aperto”. È il giudizio di Raffaello Pantucci, esperto del Royal United Services Institute, il più antico think tank per i problemi della sicurezza, autore del saggio We love death as you love life (Noi amiamo la morte come voi amate la vita), un’inchiesta sui terroristi della porta accanto in Gran Bretagna, e uno dei massimi specialisti in materia. “Ora la leadership di al Qaeda è stata completamente decimata”, dice in questa intervista a Repubblica.

Come giudica l’operazione annunciata dalla Casa Bianca, Pantucci?
“È chiaramente un successo dal punto di vista americano. Dimostra la capacità di eliminare un capo terrorista in un luogo ostile in un momento scelto da Washington con la garanzia di poter ricorrere ai droni, quindi con la certezza di colpire la persona giusta. Per Osama bin Laden, l’America dovette mandare i commandos delle forze speciali, perché non era sicura della propria intelligence. Stavolta invece sì, significa che l’intelligence è migliorata”. 

Che conseguenze avrà nella lotta al terrorismo?
“A mio parere chiude un capitolo su al Qaeda. La minaccia del terrorismo non scompare e può sempre riemergere in qualche modo, la rabbia contro l’Occidente rimane, però il gruppo dirigente responsabile dell’attentato dell’11 settembre e di tanti altri ha perso il suo centro, è stato decimato. Il libro del terrore è ancora aperto, ma un capitolo sembra chiuso”.

Recentemente Al Qaeda aveva rialzato la testa?
“Non in termini di attentati specifici, ma negli ultimi tempi era cresciuta la retorica, Zawahiri lanciava minacce all’India e ad altri paesi, incitava a continuare la lotta, sostenendo che il ritorno al potere dei talebani in Afghanistan dimostrava che si poteva sconfiggere l’Occidente”.

Zawahiri aveva appunto ottenuto rifugio a Kabul, proprio come bin Laden: in Afghanistan allora dal 2001 a oggi non è cambiato niente?
“Sembrerebbe proprio così, purtroppo, ma la presenza di Zawahiri era già stata segnalata in luglio da un rapporto dell’Onu, il che vuol dire due cose: o la sua presenza non era un segreto ben tenuto o tra i talebani c’era chi aveva interessa a rivelarla. L’impressione è che i talebani di oggi siano più divisi, e con più problemi al proprio interno, rispetto a quelli andati al potere vent’anni fa: questo è cambiato”. 

Le uccisioni mirate, da parte americana e non solo, suscitano critiche: sono un’opzione valida nella lotta al terrorismo?
“Io sono del parere che in assoluto sarebbe meglio catturare i terroristi e processarli. Ma stiamo parlando di gente che vive in nazioni ostili, aiutati o protetti dal governo locale e talvolta sarebbe impossibile catturarli. Nel caso di Zawahiri, inoltre, non sembrano esserci stati danni collaterali. Nell’agosto di un anno fa, l’America rispose al grande attentato all’aeroporto di Kabul con un attacco che doveva eliminarne gli autori ma, come si è poi saputo, colpì e uccise per errore una famiglia innocente. Stavolta gli Usa erano sicuri di non sbagliare”. 

Si dice che morto un capo se ne fa un altro, ma eliminarli ha anche un valore deterrente?
“Sospetto di no, come deterrenza non funziona se ci sono militanti altrettanto fanatici. Ma funziona nel danneggiare un gruppo terroristico: un leader ha conoscenza e carisma. Una volta eliminato il capo, non è facile trovarne un altro con le stesse capacità”. 

Azioni del genere fanno alzare i consensi verso il leader che le ordina, almeno per un po’: il presidente Biden avrà agito anche con un occhio al voto di mid-term?
“Non credo. Certo, esiste sempre l’idea che, se un leader ha problemi interni, un’azione in politica estera può distrarre l’opinione pubblica e rilanciare un politico facendolo apparire forte e determinato. Ma a parte che le elezioni di mid-term sono ancora lontane, operazioni di questo tipo richiedono una lunga preparazione e coinvolgono forze speciali e intelligence. Sono questi ultimi a dire al presidente quando è arrivato il momento di agire, non il contrario”.

In generale a che punto è la minaccia del terrorismo islamico ?
“Dipende dove sei. In Africa la minaccia è piuttosto acuta. In Medio Oriente e in Asia esiste ancora, particolarmente in Siria, in minor misura in Iraq, in Pakistan. In Europa è per lo più rappresentata dal fenomeno dei lupi solitari, alcuni ispirati dalle idee di organizzazioni come l’Isis e al Qaeda ma spinti ad agire anche per altri problemi che hanno nella vita, per attirare attenzione su sé stessi. E negli Usa la più grande minaccia ora è il terrorismo domestico, le stragi e le sparatorie compiute da fanatici di estrema destra”.
 

Visto che Zawahiri era il capo di al Qaeda, quanto è serio il rischio di un attacco di grandi proporzioni come quello dell’11 settembre 2001?
“Non è del tutto impossibile, però oggi è molto più difficile che in passato. Al Qaeda è seguita e scrutinata intensamente dai servizi di intelligence e antiterrorismo. Altri gruppi puntano i loro attacchi su obiettivi più regionali, in Africa o in Medio Oriente. Organizzare un attentato contro l’Occidente sulla scala dell’11 settembre richiede un livello di preparazione che adesso sarebbe molto difficile da nascondere. Ciò non esclude che qualcuno ci provi o speri di provarci, per cui la guardia va tenuta sempre alta”.

Another piece in Italian, this time for La Repubblica (again), though this time something authored by me rather than an edited interview that have done with them in the past. The plan is for this to be the first of a few for the newspaper, mostly likely looking at China’s relations in Eurasia. It seems there is a pretty inexhaustible interest in the topic at the moment, and there are a few more pieces in the pipeline, including my upcoming book.

Afghanistan, quel “corridoio” di affari che lega Cina e Pakistan al destino dei talebani

L’instabilità legata ai continui attacchi terroristici dell’Isis-K rischia di frenare gli investimenti del Dragone. Pechino teme anche che il Paese possa diventare una base per i militanti uiguri

Con la partenza degli Stati Uniti dall’Afghanistan, Pechino si trova in una posizione di grande influenza in un paese dove non ci sono garanzie. Nel passato, la Cina poteva affrontare i rischi tramite un governo a Kabul con il quale aveva relazioni accettabili, con amici ben disposti in Islamabad, e tutto questo sotto un ombrello di sicurezza americano. Tutto ciò non c’è più, e quel che rimane sono i talebani e i pachistani, entrambi “amici” di lungo termine, ma entrambi poco affidabili. I rischi per la Cina sono cresciuti.

Pechino ha preoccupazioni molto precise in Afghanistan. Innanzitutto ha paura che diventi una base dalla quale gruppi di militanti uiguri possono addestrarsi e complottare contro la Cina nello Xinjiang, che ospita circa 10 milioni di uiguri. Lo Xinjiang è una zona sensibile per Pechino, mentre è in atto un braccio di ferro fra Stati Uniti e Cina. Nel passato, alcuni uiguri hanno usato basi in Afghanistan per progettare attentati in Cina. Al tempo del primo governo talebano, gruppi di uiguri si erano radunati a Jalalabad sotto la protezione del Mullah Omar.

Ai tempi, le relazioni fra cinesi e talebani erano abbastanza immature. La Cina si stava ancora aprendo al mondo, ed era totalmente dipendente dal Pakistan per i contatti con i talebani. La relazione fra Islamabad e Pechino era (ed è ancora) molto stretta. Da tempo condividono le stesse preoccupazioni riguardo l’India, e mantengono une delle poche vere alleanze che la Cina abbia nel mondo (l’altra è con la Corea del Nord: con amici come questi…). Prima dell’11 Settembre 2001, il Pakistan voleva usare questa relazione con Pechino per rafforzare i suoi alleati talebani a Kabul. Spingevano i cinesi a riconoscerli come governo legittimo. In compenso, Pechino voleva aiuto sulle sue preoccupazioni uigure, e offriva di incoraggiare le sue aziende a esplorare opportunità in Afghanistan. 

Vent’anni dopo, poco è cambiato in termini di cosa preoccupi Pechino, e cosa possa offrire. Quello che è cambiato sono le relazioni dirette che la Cina ha adesso con i talebani, e l’essere diventata la seconda potenza economica nel mondo. Entrambi sono aspetti interessanti per il nuovo governo talebano che vuole dimostrare la sua indipendenza da Islamabad.

Il guaio è che ciò crea più problemi di quanto semplifichi le cose. Da un lato, i talebani non si sono ancora dimostrati affidabili. La richiesta chiave per Pechino riguardo agli uiguri non è facile da esaudire per i mullah a Kabul. Primo, non c’è consenso nei ranghi talebani su come trattare gli uiguri. Una parte li vede come alleati che hanno combattuto per anni con loro, e si chiedono perché dovrebbero consegnarli ai cinesi. Per seconda cosa, non è chiaro se i talebani controllino tutto il paese. La rappresentanza locale dello Stato Islamico (Isis-K) ha effettuato numerosi attentati nelle ultime settimane, uno dei quali a Kunduz ha colpito una moschea sciita: il gruppo ha dichiarato d’aver usato un soldato uiguro. Nella rivendicazione l’Isis-K ha detto che l’attacco era mirato ai talebani per la loro alleanza con i cinesi contro gli uiguri. E’ la prima volta che lo Stato islamico lancia un messaggio così diretto alla Cina.

Ciò non rappresenta solo una minaccia alla Cina, ma anche alla sua volontà di incoraggiare le sue aziende a fare investimenti in Afghanistan. Le aziende cinesi sono disposte a provare: sotto il vecchio governo erano fra le poche a essersi offerte di fare grandi investimenti nel paese, in continuazione di quello che stavano esplorando già sotto il primo governo talebano. Finora, però, questo interesse non si è tradotto in risultati, in parte proprio per la sicurezza instabile. E questo non sembra essere cambiato.

Una soluzione sarebbe coinvolgere l’alleato storico, il Pakistan. E sembra che fino a un certo punto questo sia già successo. Negli ultimi giorni del vecchio governo, da Kabul era partita una serie di visite in Cina da parte di importanti esponenti pachistani: in parte serviva ad alleviare l’irritazione cinese per diversi attentati contro suoi interessi in Pakistan, ma doveva anche preparare le cose per la missione del mullah Baradar prevista poco prima che cadesse Kabul.

Questo è un ruolo che il Pakistan ha offerto alla Cina da tempo. E fa parte di una relazione fra Pechino e Islamabad che ha aspetti economici, politici, e di sicurezza. La Cina ha investito miliardi di dollari in investimenti e progetti in Pakistan sotto la visione del Cpec (China Pakistan Economic Corridor), citato come progetto chiave della visione più estesa della Belt and Road Initiative (Bri) cinese. Inoltre stanno lavorando insieme alla costruzione di sottomarini e di un nuovo aereo militare, e a tanti altri progetti di sicurezza.

Ma mentre ai governi di Pakistan e Cina piace raccontare in pubblico favole di grande amicizia e cooperazione, sotto il tavolo ci sono problemi. Incertezze che di recente sono diventate più acute con la morte di ingegneri cinesi in attentati terroristici, e con il rallentamento dei progetti d’investimento cinesi per i fallimenti da parte pachistana. In aggiunta, ufficiali pachistani continuano a dire sotto voce quanto siano obbligati a lavorare con la Cina e come preferirebbero invece essere più vicini agli americani, i nemici principali di Pechino. Questo ha creato irritazioni fra le due capitali, alzando il livello di paranoia reciproca. Un disequilibrio mentale che peggiora quando i cinesi cominciano a trattare direttamente con i talebani senza raccontare tutto al Pakistan.

Per il Pakistan, l’Afghanistan è un progetto di lungo termine su cui sta facendo un gioco complicato. Da un lato vuole mantenere il controllo, e si concentra a tenere fuori il suo nemico mortale: l’India. In questo contesto considera l’Afghanistan una strategic depth, una zona di sicurezza prima del fronte con Delhi. D’altra parte, si rende conto che se perde il controllo in Afghanistan porta un pericolo a casa. I problemi di estremismo in Afghanistan rimbombano in Pakistan. Questo vuol dire che in Afghanistan, il Pakistan terrà in mente solo i propri interessi. Pechino si troverà presto nella stessa situazione in cui si è trovata l’America. Per le sue garanzie in Afghanistan dipenderà da un governo in Pakistan che è contemporaneamente sia la soluzione che una parte del problema. La Cina sta imparando la complessità di essere la più grande potenza nella stanza.

Con questo articolo Raffaello Pantucci, analista del Royal United Services Institute di Londra, inizia la sua collaborazione con “Repubblica”

Another Italian piece, this time an interview with La Repubblica newspaper which was done in the wake of the murder of Sir David Amess in the UK. Did a little bit of work on that story, but less than on some previous cases in part as a lot going on at home at the moment. In any case, going to catch up on a few pieces over the next few days, and then might be a little while before I am back up to pace. In the meantime, rest assured the new book is on schedule for April next year, and there are a few other interesting projects in the pipeline.

Pantucci: “Impossibile prevenire gli attacchi dei lupi solitari”

Intervista all’esperto di terrorismo del Royal United Services Institute: “Le democrazie devono aumentare i controlli ma senza rinunciare ai propri valori e principi”

Ansa

LONDRA – «Non è possibile prevenire del tutto il terrorismo a bassa intensità dei lupi solitari. Bisogna proteggere meglio i deputati, ma senza esagerare e senza limitare i loro contatti con i cittadini». È il parere di Raffaello Pantucci, esperto del Royal United Services Institute, prima think tank di problemi di sicurezza al mondo.  

Che cosa pensa dell’attacco contro il deputato David Amess? «Mi sembra il più recente di numerosi attentati dello stesso tipo, diventati in questo momento il focus della minaccia terroristica in Europa. Pochi giorni fa, in Norvegia abbiamo visto qualcosa di simile: un individuo con armi rudimentali, arco e frecce, che ha attaccato civili a caso».

Condivide la definizione di “terrorismo” fornita dalle autorità britanniche per questo attacco?«In parte sì, ma ancora non sappiamo quanto sia stato dettato da radicalismo politico e quanto da fattori psicologici che possono avere spinto questo individuo a un’azione del genere». 

Un altro precedente è il caso di Samuel Paty, l’insegnante francese decapitato nel 2020?«In quel caso sappiamo con maggiore certezza che era stato il radicalismo islamico a scatenare l’attacco. Ma il problema di fondo è simile: come affrontare la minaccia di lupi solitari o di piccole cellule che agiscono in modo autonomo da Isis, al Qaeda o altri gruppi terroristici». 

Si può definire terrorismo a bassa intensità?«Sì, e pone un problema molto complicato per le forze di sicurezza. Quando un individuo lancia un attacco con armi che tutti hanno in casa, come un coltello, o che è facile fabbricarsi da soli, come arco e frecce, è più difficile prevenirlo. Ancora più difficile se l’individuo non parla con nessuno delle sue intenzioni, non scrive messaggi che possano segnalarlo ai servizi antiterrorismo. Ma la risposta dipende anche da come lo definiamo. In passato un uomo che attacca con un coltello persone scelte a caso veniva considerato un pazzo o il risultato di rabbia sociale. Oggi la linea di demarcazione di atti del genere da attacchi terroristici è quasi scomparsa. Bisogna distinguere, perché se combatti il terrorismo devi ad esempio potenziare la polizia e i servizi segreti, ma se combatti la follia e la rabbia sociale ti servono più medici, psicologi e assistenti sociali».

Come limitare i rischi per i deputati senza limitare i loro contatti con i cittadini?«Nel 2016 la deputata laburista Jo Cox era stata assassinata nelle stesse circostanze di Amess, in quel caso da un estremista brexitiano di destra: i deputati presero qualche contro misura, stando più attenti a chi incontravano e preparando possibili vie di fuga. Con il tempo un po’ di quella cautela forse è andata persa». 

Ed è possibile prevenire il terrorismo a bassa intensità?«È impossibile scoprire tutti i lupi solitari e sarebbe antidemocratico considerare tutte le persone con problemi mentali come potenziali terroristi. La società democratica corre dei pericoli davanti a questo fenomeno: deve reagire aumentando i controlli di sicurezza ma senza esagerare, senza rinunciare ai propri valori e principi”.

Another catch up post which might have a more limited audience on the site. A short interview with a very generous introduction which was run in the Italian La Repubblica in the wake of the double tragedies in Texas and Ohio. I am sure you will all race to learn Italian to be able to appreciate it fully.

Intervista
Suprematismo Bianco

Strage Texas e Ohio. Pantucci: “I suprematisti come i lupi solitari islamici. Attacchi quasi inevitabili”

04 AGOSTO 2019
L’opinione di uno dei massimi esperti mondiali di terrorismo, commenta quanto avventuto negli Stati Uniti a El Paso e Dayton
DI ENRICO FRANCESCHINI

LONDRA. «Dopo la fase del terrorismo islamico, ora stiamo vivendo il tempo del terrorismo suprematista. I leader politici come Trump che diffondono odio e razzismo hanno sicuramente una parte di responsabilità». È il parere di Raffaello Pantucci, uno dei massimi esperti mondiali di terrorismo, analista del Royal United Services Institute di Londra, la più antica think tank di questioni di sicurezza al mondo, all’indomani di due nuove stragi in America.

Che pensa di quanto accaduto in Texas e in Ohio, dottor Pantucci?
«Purtroppo, ormai questi eventi hanno una certa aria di inevitabilità: è deprimente ammetterlo, ma ce li aspettiamo, specialmente negli Stati Uniti. C’è una ragione di fondo: la facilità a procurarsi un fucile».

Diversamente da quanto è successo in Nuova Zelanda, dove dopo il massacro di Christchurch il governo di Jacinda Ardern ha messo al bando le armi automatiche e ha già iniziato il programma per requisirle.
«A dimostrazione che, se c’è la volontà politica, si può fare e anche in fretta. La Nuova Zelanda non è l’eccezione. In Gran Bretagna, dopo l’eccidio di Dunblane in Scozia negli anni ’90, quando un uomo uccise 16 bambini in una scuola, furono passate leggi molto severe sul possesso di armi da fuoco e gli episodi di questo genere sono diventati rari».

Ma un filo comune che lega il massacro in Nuova Zelanda con quelli in Texas e in Ohio: l’odio suprematista bianco contro le minoranze. Da dove viene questo nuovo tipo di terrorismo?
«Molta responsabilità ce l’hanno leader politici come Donald Trump, che difendono i suprematisti o fanno ripetutamente commenti razzisti».

L’ideologia guida è la cosiddetta teoria della Grande Sostituzione, il presunto complotto di asiatici, africani e ispanici per rimpiazzare l’uomo bianco in Occidente. Perché si è sviluppata proprio ora?
«Perché l’immigrazione è diventata il tema che spacca l’Occidente, la grande paura del nostro tempo».

Si può dire che il terrorismo suprematista ha preso il posto di quello di matrice islamica come principale minaccia alla sicurezza?
«No. Sia perché il terrorismo islamico non è scomparso, sia perché i servizi segreti di molti Paesi hanno fatto un grande sforzo per combatterlo. Ma si può dire che il terrore suprematista lo sta affiancando. Ogni epoca ha il suo terrorismo: c’è stata l’era di quello di stampo anarchico, poi del terrorismo rosso e nero, quindi di quello islamico. Adesso tocca al terrorismo suprematista».