Afghanistan, quel “corridoio” di affari che lega Cina e Pakistan al destino dei talebani

Posted: November 7, 2021 in La Repubblica
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Another piece in Italian, this time for La Repubblica (again), though this time something authored by me rather than an edited interview that have done with them in the past. The plan is for this to be the first of a few for the newspaper, mostly likely looking at China’s relations in Eurasia. It seems there is a pretty inexhaustible interest in the topic at the moment, and there are a few more pieces in the pipeline, including my upcoming book.

Afghanistan, quel “corridoio” di affari che lega Cina e Pakistan al destino dei talebani

L’instabilità legata ai continui attacchi terroristici dell’Isis-K rischia di frenare gli investimenti del Dragone. Pechino teme anche che il Paese possa diventare una base per i militanti uiguri

Con la partenza degli Stati Uniti dall’Afghanistan, Pechino si trova in una posizione di grande influenza in un paese dove non ci sono garanzie. Nel passato, la Cina poteva affrontare i rischi tramite un governo a Kabul con il quale aveva relazioni accettabili, con amici ben disposti in Islamabad, e tutto questo sotto un ombrello di sicurezza americano. Tutto ciò non c’è più, e quel che rimane sono i talebani e i pachistani, entrambi “amici” di lungo termine, ma entrambi poco affidabili. I rischi per la Cina sono cresciuti.

Pechino ha preoccupazioni molto precise in Afghanistan. Innanzitutto ha paura che diventi una base dalla quale gruppi di militanti uiguri possono addestrarsi e complottare contro la Cina nello Xinjiang, che ospita circa 10 milioni di uiguri. Lo Xinjiang è una zona sensibile per Pechino, mentre è in atto un braccio di ferro fra Stati Uniti e Cina. Nel passato, alcuni uiguri hanno usato basi in Afghanistan per progettare attentati in Cina. Al tempo del primo governo talebano, gruppi di uiguri si erano radunati a Jalalabad sotto la protezione del Mullah Omar.

Ai tempi, le relazioni fra cinesi e talebani erano abbastanza immature. La Cina si stava ancora aprendo al mondo, ed era totalmente dipendente dal Pakistan per i contatti con i talebani. La relazione fra Islamabad e Pechino era (ed è ancora) molto stretta. Da tempo condividono le stesse preoccupazioni riguardo l’India, e mantengono une delle poche vere alleanze che la Cina abbia nel mondo (l’altra è con la Corea del Nord: con amici come questi…). Prima dell’11 Settembre 2001, il Pakistan voleva usare questa relazione con Pechino per rafforzare i suoi alleati talebani a Kabul. Spingevano i cinesi a riconoscerli come governo legittimo. In compenso, Pechino voleva aiuto sulle sue preoccupazioni uigure, e offriva di incoraggiare le sue aziende a esplorare opportunità in Afghanistan. 

Vent’anni dopo, poco è cambiato in termini di cosa preoccupi Pechino, e cosa possa offrire. Quello che è cambiato sono le relazioni dirette che la Cina ha adesso con i talebani, e l’essere diventata la seconda potenza economica nel mondo. Entrambi sono aspetti interessanti per il nuovo governo talebano che vuole dimostrare la sua indipendenza da Islamabad.

Il guaio è che ciò crea più problemi di quanto semplifichi le cose. Da un lato, i talebani non si sono ancora dimostrati affidabili. La richiesta chiave per Pechino riguardo agli uiguri non è facile da esaudire per i mullah a Kabul. Primo, non c’è consenso nei ranghi talebani su come trattare gli uiguri. Una parte li vede come alleati che hanno combattuto per anni con loro, e si chiedono perché dovrebbero consegnarli ai cinesi. Per seconda cosa, non è chiaro se i talebani controllino tutto il paese. La rappresentanza locale dello Stato Islamico (Isis-K) ha effettuato numerosi attentati nelle ultime settimane, uno dei quali a Kunduz ha colpito una moschea sciita: il gruppo ha dichiarato d’aver usato un soldato uiguro. Nella rivendicazione l’Isis-K ha detto che l’attacco era mirato ai talebani per la loro alleanza con i cinesi contro gli uiguri. E’ la prima volta che lo Stato islamico lancia un messaggio così diretto alla Cina.

Ciò non rappresenta solo una minaccia alla Cina, ma anche alla sua volontà di incoraggiare le sue aziende a fare investimenti in Afghanistan. Le aziende cinesi sono disposte a provare: sotto il vecchio governo erano fra le poche a essersi offerte di fare grandi investimenti nel paese, in continuazione di quello che stavano esplorando già sotto il primo governo talebano. Finora, però, questo interesse non si è tradotto in risultati, in parte proprio per la sicurezza instabile. E questo non sembra essere cambiato.

Una soluzione sarebbe coinvolgere l’alleato storico, il Pakistan. E sembra che fino a un certo punto questo sia già successo. Negli ultimi giorni del vecchio governo, da Kabul era partita una serie di visite in Cina da parte di importanti esponenti pachistani: in parte serviva ad alleviare l’irritazione cinese per diversi attentati contro suoi interessi in Pakistan, ma doveva anche preparare le cose per la missione del mullah Baradar prevista poco prima che cadesse Kabul.

Questo è un ruolo che il Pakistan ha offerto alla Cina da tempo. E fa parte di una relazione fra Pechino e Islamabad che ha aspetti economici, politici, e di sicurezza. La Cina ha investito miliardi di dollari in investimenti e progetti in Pakistan sotto la visione del Cpec (China Pakistan Economic Corridor), citato come progetto chiave della visione più estesa della Belt and Road Initiative (Bri) cinese. Inoltre stanno lavorando insieme alla costruzione di sottomarini e di un nuovo aereo militare, e a tanti altri progetti di sicurezza.

Ma mentre ai governi di Pakistan e Cina piace raccontare in pubblico favole di grande amicizia e cooperazione, sotto il tavolo ci sono problemi. Incertezze che di recente sono diventate più acute con la morte di ingegneri cinesi in attentati terroristici, e con il rallentamento dei progetti d’investimento cinesi per i fallimenti da parte pachistana. In aggiunta, ufficiali pachistani continuano a dire sotto voce quanto siano obbligati a lavorare con la Cina e come preferirebbero invece essere più vicini agli americani, i nemici principali di Pechino. Questo ha creato irritazioni fra le due capitali, alzando il livello di paranoia reciproca. Un disequilibrio mentale che peggiora quando i cinesi cominciano a trattare direttamente con i talebani senza raccontare tutto al Pakistan.

Per il Pakistan, l’Afghanistan è un progetto di lungo termine su cui sta facendo un gioco complicato. Da un lato vuole mantenere il controllo, e si concentra a tenere fuori il suo nemico mortale: l’India. In questo contesto considera l’Afghanistan una strategic depth, una zona di sicurezza prima del fronte con Delhi. D’altra parte, si rende conto che se perde il controllo in Afghanistan porta un pericolo a casa. I problemi di estremismo in Afghanistan rimbombano in Pakistan. Questo vuol dire che in Afghanistan, il Pakistan terrà in mente solo i propri interessi. Pechino si troverà presto nella stessa situazione in cui si è trovata l’America. Per le sue garanzie in Afghanistan dipenderà da un governo in Pakistan che è contemporaneamente sia la soluzione che una parte del problema. La Cina sta imparando la complessità di essere la più grande potenza nella stanza.

Con questo articolo Raffaello Pantucci, analista del Royal United Services Institute di Londra, inizia la sua collaborazione con “Repubblica”

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